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VILLACIDRO: TRADIZIONI

A cura di SU DINDU

SU DINDU
LA VITA NEI BOSCHI - UN GIORNO CON I CARBONAI
UNA DI' CUN IS CRABONAIUS

I carbonai svolgevano un'attività complementare a quella del taglio della foresta.
Anch'essi, come i tagliaboschi, giungevano sui monti a gruppi, con i loro pochi attrezzi e i poveri vestiti. Una volta assegnato loro il lotto, si affaccendavano per costruirsi rapidamente una capanna in cui alloggiare, che edificavano a forma quadrangolare, in pietra e legname del bosco, allo stesso modo di quella dei tagliaboschi.

In genere le compagnie erano formate da tre o quattro persone, spesso familiari e, in molti casi, con la presenza della moglie del capo compagnia. Una comodità? No, forse l'esigenza di avere due braccia in più, infatti le donne lavoravano quanto gli uomini.

Costruita la capanna, per prima cosa cercavano qualche albero di fico da tagliare per fabbricarsi le scarpe.
Perché le scarpe con le suole di fico? Perché il legno di fico, a differenza di altro legno, costituisce un ottimo isolante e resiste ad alte temperature; ed essi lavoravano in mezzo al carbone caldo.
Gli alberi li trovavano spesso in riva al torrente o comunque in qualche sito umido.
Nel bosco sceglievano accuratamente dei tronchi sufficientemente lunghi e dritti e con essi costruivano i rastrelli, utilizzando il trapano a mano, sa barrina, per creare i fori su cui infilare dei rametti corti e arrotondati che fungevano da denti.
Anche a essi, era indispensabile la cote che montavano nei pressi della baracca, allo stesso modo dei tagliaboschi, e che utilizzavano per affilare gli arnesi da lavoro.

 

La piazzola

Tutto era pronto. Non rimaneva che studiare con molta attenzione il punto centrale di una certa area in cui fare la carbonaia, lì sarebbe converso il legname da trasformare in carbone.
Durante gli ultimi tagli, spesso venivano recuperate le piazzole costruite precedentemente. In questo caso il lavoro era minore: le ripulivano da eventuali cespugli e alberelli novelli che vi fossero cresciuti, poi le ricoprivano con uno strato di terra molto fine e senza sassi, in modo che la base fosse perfettamente in piano.
Nella piazzola così restaurata o costruita a nuovo, i tagliaboschi trasportavano la legna che avevano già tagliata. I carbonai collaboravano con essi in modo che gli spiazzi fossero costruiti il più vicino possibile al luogo del taglio.
La legna veniva accatastata ai bordi della piazzola e dopo che il capomacchia o un suo rappresentante aveva cubato e quantificato la catasta, i carbonai ricevevano il consenso a proseguire il loro lavoro.

 

Il castelletto

camino per carbonaiaA questo punto, preso un fascio di ramicci, rami grossi sugli otto o dieci centimetri, iniziavano a costruire la carbonaia, a forma circolare, perfettamente al centro dell'area della piazzola.

Tagliavano in due i ramicci, che all'origine erano della lunghezza di un metro, e li disponevano paralleli, incrociandoli con altri due in modo da formare un quadrato. Proseguivano, soprapponendo due pezzi in un senso e due nel senso opposto, fino a raggiungere l'altezza di un metro, ossia l'altezza degli stessi ramicci e dei tronchi tagliati dai tagliaboschi.
Si otteneva in tal modo un castelletto che si teneva in piedi da sé, poiché i carbonai erano abili nello scegliere i tronchetti di uguale spessore.

Raggiunto il metro d'altezza, incominciavano a disporre in senso verticale, intorno al castelletto, i tronchi che prendevano man mano dalle cataste attorno. Continuavano fino a raggiungere una base abbastanza larga da poterci salire per continuare, per un altro metro di altezza, la costruzione del castelletto per portare avanti poi la disposizione della legna anche nel secondo strato. Mentre la catasta si innalzava, allargavano anche la base fino ad occupare tutta l'area, lasciando solo lo spazio minimo per poterci lavorare attorno.

 

La catasta

catastaLa catasta era disposta con una tecnica ben precisa che teneva conto anche della diversa dimensione dei tronchi e quindi del diverso tempo di cottura, cosa molto importante che i carbonai conoscevano bene per la loro lunga esperienza. Si era alla fine ottenuta una catasta a forma di grosso cono a culmine arrotondato.

A questo punto, ricoprivano i tronchi così ben disposti con uno strato di rami con le frasche rivolte verso il basso. Prendevano piccone, zappa e pala, che avevano avuto in dotazione dalla dispensa, e che avevano già utilizzato per fare la piazzola, e raccoglievano delle zolle di terra con cui ricoprire l'intera catasta. Lasciavano solo al culmine libera la bocca del castelletto. Vedremo poi perché.
Sopra le zolle, pigiavano ben bene, con le mani, della terra fine, completamente priva di pietre, appositamente selezionata, in modo da chiudere la pila ermeticamente, almeno per quanto riguardava l'aria.

 

La scala

Nel frattempo qualcuno si era dedicato a costruire la scala. Ricercava un tronco di leccio ricurvo della grossezza di dieci - dodici centimetri di diametro alla base, lo divideva per la metà esatta e lo sgrossava, abilmente, a colpi secchi di accetta; con il trapano praticava dei fori a distanza uguale sui quali infiggeva i pioli, che servivano da gradini. La scala era costruita in un modo che non ci fosse bisogno di alcuna legatura né di chiodatura.
La curvatura naturale ottenuta dai tronchi arcuati, serviva perché potesse poggiare ed essere perfettamente aderente al corpo sulla carbonaia.

 

Dar da mangiare la harbonara

carbonaiaL'operatore tagliava dei ramicci sottili, a pezzetti di circa dieci centimetri, li caricava sul corbello e li portava sulla scala, in cima alla carbonaia. Il corbello era un contenitore portato dalla penisola e procurato dalla ditta che si occupava dell'appalto.
Nulla aveva a che vedere con i cesti sardi fatti di olivastro e canne. Erano costruiti con strisce larghe di un legno particolare, resistenti al calore e molto adatti all'uso.
Sulla bocca del castelletto, rimasta libera, venivano messi due tronchetti non molto grossi, a forma di croce. Servivano a trattenere sa mannuga, un mazzo di frasche per accendere il fuoco.

Una volta acceso, l'uomo aggiungeva gradatamente della legna fine, in modo da tenerlo acceso. Man mano che la legna in cima bruciava, la brace che si formava andava a cadere pian piano sul fondo del castelletto fino a quando si otteneva un bel mucchietto di braci ardenti. A questo punto potevano togliere la croce che serviva da griglia e pian piano alimentare direttamente la fiamma che si era accesa alla base del castelletto.
Ora mettevano dei legni più grossi, sempre molto corti, fino a riempire lo stesso castelletto. I tronchetti si consumavano lentamente producendo il calore che man mano si propagava in forma di fumo sull'intera catasta.
Chiudevano la bocca, ma il fuoco non si spegneva, alimentato dall'ossigeno contenuto dalla legna fresca che vi arrivava dall'esterno attraverso opportuni fori.
Quegli uomini chiamavano l'operazione di carico del castelletto "dar da mangiare la harbonara" con la tipica parlata toscana, poiché anche i carbonai erano per gran parte provenienti dalla Toscana. L'operazione veniva ripetuta ogni 24 ore o forse ogni 12.

 

La cottura

carbonaiaMan mano che passavano i giorni, prendevano degli accorgimenti frutto dei lunghi anni di esperienza.
Con un piolo in legno praticavano dei fori attorno e a diverse altezze.
Servivano a far circolare il calore che partiva dal centro della catasta, fino alla più estrema periferia.
Dosavano con assoluta precisione il calore e l'aerazione, poiché la legna doveva essere cotta senza fiamma in modo che il carbone conservasse tutte le sostanze combustibili. Lasciavano sfiatare i fori per un certo numero di ore e poi li tappavano con nuova terra. Il fumo che fuoriusciva era di un colore azzurrino e dell'odore acre del carbone.
Nella catasta vi erano ammucchiati in genere 90 quintali di legna, dalla quale si ricavavano circa 40 quintali di carbone. La durata di cottura era di circa nove giorni ma oltre un certo tempo, era l'occhio esperto dell'operatore a determinare il momento di spegnere il fuoco.

*****

Durante il periodo di cottura non tutto filava liscio: occorreva badare al vento, pericolo numero uno dei carbonai, il quale, quando soffiava forte, poteva aprire delle fenditure che, se non prontamente tappate, potevano mandare in fumo il lavoro di tanti giorni.
Anche le capre potevano essere un pericolo. Specialmente le più giovani potevano sbalzare sul corpo della carbonaia provocando dei fori con gli zoccoli. Per far fronte alle eventuali emergenze, correva tra i carbonai, anche se di diversa compagnia, una solidarietà molto solida. Accorrevano tutti dopo aver dato l'allarme di un eventuale incendio e in un attimo riuscivano a salvare la carbonaia evitando il peggio.

 

Si sforna

carbonaiaQuando la catasta era adagiata sul fondo, la legna era cotta. L'uomo a questo punto non alimentava più il fuoco e incominciava a sfornare. A quest'operazione partecipava tutta la squadra, comprese le eventuali donne.
Dopo aver tolto con attenzione la terra che la ricopriva, ammucchiavano a un lato il carbone ancora fumante. Utilizzavano prevalentemente il rastrello per ammucchiare il carbone e per separarlo dai sassi.Pulivano il carbone, lo depuravano da residui di legna non cotta, s'arrabassa, i tizzoni, come li chiamavano loro.
Solo dopo che era freddo, raccoglievano il carbone nei sacchi, che ne potevano contenere dai 70 chili al quintale. Questi erano confezionati appositamente, più grandi del consueto, anche perché il carbone pesa poco.
Insaccato, veniva pesato e in base al peso veniva rimunerato.

 

Neri come il carbone

Dopo aver lavorato in alcune carbonaie, gli operatori, uomini e donne, diventavano del colore dello stesso carbone e arrivavano al punto che in loro si distinguevano solo i denti e il luccicare degli occhi.
Ogni giorno si lavavano le mani, ma solo per la polvere, con l'acqua che portavano dalla sorgente o dal fiume, con sa cubedda, il barilotto fatto di doghe di castagno, non avendola corrente.
La domenica o qualche giorno particolare in cui non erano molto impegnati, si recavano al fiume dove cercavano di fare una pulizia più accurata, ma sempre molto limitata, dal momento che la polvere di carbone penetrava nei pori della pelle e non se ne andava nonostante le forti abluzioni. Le loro mani in particolare erano nere e cotte dal carbone.

Queste operazioni le ha ben descritte Giuseppe Dessì nel suo romanzo più conosciuto Paese D'Ombre.

 

Tziu Sisinni e su crabonaiu

E in proposito vi racconto un fatto sentito da un vecchio capraio con un antico carbonaio, forse dei tempi di Antola.
Tziu Sisinni, Sisinnio, così si chiamava il capraio, era nel suo ovile intento a fare la ricotta.
Era con su liàunu, il secchio di latta che si adoperava per la mungitura, tra le gambe, con la mano sinistra teneva i due lembi del tovagliolo, sa tialora, di lino bianco di forma quadrata che veniva usato per filtrare, mentre con la destra con il mestolo forato, sa turra po boddì s'arrescotu, si accingeva a raccogliere la ricotta.
Ecco passare uno dei carbonai, unu furisteri. Appena lo vide, tziu Sisinni lo chiamò, invitandolo a mangiare ricotta fresca, appena fatta.
"Beni ca papas arrescotu calenti!" Vieni a mangiare ricotta calda.
L'uomo non se lo fece ripetere e si avvicinò tutto contento.
"Piga cussa 'iscu e su cragallu ca ti ndi 'etu una turra!".
Prendi quella forma per fare il formaggio e il cucchiaio di legno, te ne metto un mestolo. Ma il toscano, credendosi sapiente più del capraio, portò le mani avanti e tenendole a forma di coppa disse:
"Metti, metti qui nelle mani che lo mangio direttamente!"
E tziu Sisinni:
"Ma ita ses brullendu! là ca cussu est buddiu e no fait a ddu toccai cun is manus ca t'abruxat!"
Scherzi? E' caldo e non lo si può toccare con le mani! Brucia!.
Ma l'uomo insisté:
"Metti, metti, ché le mie mani sono 'hotte dal harbone! ne hanno visto di halore! altro che quello!"
Tziu Sisinni non glielo voleva versare, ma poiché aveva insistito tanto, alla fine glielo gettò.
L'uomo, sentendosi bruciare le mani, incominciò a rimbalzarsi la ricotta calda da una mano all'altra, ma, visto che il calore penetrava sempre di più, alla fine la lanciò lontano gridando:
"Vaffanculo a te e la ricotta!!!"
E tziu Sisinni:
"E no ti ddu narà deu ca fiat buddiu? Chi ses tontu!"
Te lo dicevo che era caldo? Sei tonto!
E' da pensare che il carbonaio non ci abbia provato più a mettere la ricotta bollente tra le mani.

 

Tzia Filomena e il capretto a sa crabitina

carbonaiaUn altro episodio capitò a un personaggio del quale si è parlato anche in precedenza, tzia Filomena, moglie di Gerardo e sorella di Cosenza, i quali formavano la compagnia la cui capanna era ai bordi del sentiero che da Coxinas de basciu porta a Sa pranedda de Nàssiu Para, proprio di fronte all'ovile di mio padre e di mio zio.
I carbonai in questione erano devoti a san Giuseppe, forse era il patrono del loro paese e per tradizione lo festeggiavano come potevano, dovunque essi si trovassero.
Quell'anno, l955 - 56, si trovavano a Villacidro, nella foresta di Coxinas. Si avvicinava la festività di s. Giuseppe.
Qualche giorno prima, per festeggiare, chiesero a mio padre che fosse venduto loro un capretto.
San Giuseppe si festeggiava il 19 marzo, ma il 18, quei caprai avevano ben altro da pensare che alla festa di san Giuseppe: erano costretti a sloggiare dalla foresta, poiché che era scattato il vincolo a causa del taglio della stessa. Restarono tuttavia d'accordo che il capretto lo avrebbero preso la mattina del 18, presto, prima di iniziare la fatica del transito.
Finita la mungitura, nonno si diede da fare per preparare le cose da caricare sugli asini, tziu Cicitu, un vicino di casa, si occupò degli oggetti che avrebbe portato direttamente all'ovile di Tuviois, dove si era diretti, e cioè de is gecas de corratzu e de sa cirra, is tupadoris de is aibis, is liàunus de mulli (i cancelletti di oleandro, della corte e del recinto per i capretti, i secchi per la mungitura) e qualche altro piccolo attrezzo indispensabile. In seguito il nonno, con il suo asino, avrebbe traportato il latte e lo avrebbe trasformato in formaggio, poiché tutta la famiglia era impegnata e non vi era chi lo avrebbe portato per tempo al caseificio. Tziu Cicitu avrebbe seguito più o meno il tragitto che, più tardi, avrebbe percorso il gregge.
Ma torniamo al nostro personaggio.
Mio padre, macellato il capretto, lo aveva preparato a sa crabitina, nel modo cioè in cui lo si vedeva fino a non molto tempo fa anche nelle macellerie, appeso a testa in giù, con le viscere esposte fuori e ancora senza scuoiare.
Quando fu pulito, lo pesò con un bilancino a molla, molto in uso in campagna perché pratico; non potrei scommettere sulla sua precisione, ma questo non ha importanza. Tzia Filomena aveva pagato il capretto al prezzo convenuto a sa crabitina e cioè senza scuoiare.
Solo dopo che aveva pagato disse che lo voleva scuoiato perché essi non erano in grado di farlo.
Mai l'avesse detto! Mio padre, che aveva considerato un disturbo già il fatto di averlo macellato in un frangente come quello di grande impegno, diede un urlo che solo chi l'ha conosciuto può immaginare:
"E poita no mi dd'at nau prima ca òliat a ddu scroxai!"
Perché non me l'ha detto prima che lo voleva scuoiato!
In un attimo diede due strappi alla pelle e glielo consegnò come la donna voleva.
Lei si era fatta piccola piccola, ancor più di quanto non lo fosse e, scusandosi, se ne andò verso la sua capanna. Non se la prese più di tanto, anche perché lo scatto d'ira di mio padre durava il tempo di uno sbuffo.
La giornata faticosa che doveva affrontare l'avrebbe aiutato a dimenticare il momento di rabbia.
Andammo via da Coxinas e con tzia Filomena e con gli altri non ci potevamo più vedere come in quei cinque mesi precedenti durante i quali eravamo pressoché vissuti insieme.
La donna, ogni volta che scendeva in paese per qualche commissione, non mancava di passare in casa di mio padre, a salutare Barbarina e a lasciare i saluti per Giovanni e per me, e questo fino a quando, terminato il loro lavoro in foresta, se ne tornarono al loro paese senza che mai più avessimo loro notizie.

 

Il carbonaio e il capretto per Natale

Quest'altro episodio è emblematico del duro lavoro e delle penose situazioni di un tempo. Sono protagonisti mio padre e un carbonaio che aveva la capanna poco sotto Genna s'uvara. Era un toscano, ma non ricordo il nome, aveva una mano mutilata.
Una quindicina di giorni prima di Natale, io ero rimasto di guardia all'ovile.
Era un periodo critico e in foresta ci bazzicavano si e no trecento persone e non tutte, erano affidabili. Un bambino di 12 anni a far la guardia all'ovile? Meglio di niente, anche perché si era convinti che la presenza di una persona servisse a far desistere qualche male intenzionato.
Nel tardo pomeriggio il carbonaio, scendendo da Arrietupas, lasciò la strada carreggiabile e prese un sentiero che portava direttamente all'ovile.
"Senti", mi disse, "Ci sono i capretti per Natale? Ne vorrei uno."
Io risposi di sì e non mi limitai alla risposta, feci un gesto che non avrei dovuto fare, aprii la porticina della capannuccia, feci uscire i capretti e glieli feci vedere, addirittura toccare. Se lo avesse saputo mio padre, è certo, mi avrebbe sgridato forte!
L'uomo, contento, si avviava per i fatti propri non prima che io gli avessi raccomandato che avrebbe dovuto chiedere il capretto a mio padre, poiché io non ero autorizzato a prendere tali decisioni.
I1 carbonaio però, o non mi capì o si dimenticò di parlare con mio padre.
Così, alla vigilia di Natale ce lo vedemmo arrivare all'ovile tutto pimpante, assaporando già la gioia di mangiare carne di capretto almeno per le feste. Con suo disappunto però, si sentì dire da mio padre che capretti non ce n'erano, in quanto quelli presenti erano già promessi.
Ad averne avuti quell'anno! certamente se ne sarebbero venduti ben più di quelli vendibili! ma il numero di capretti disponibili per quanto riguardava quelli nati a novembre, era sempre limitato; anche perché occorreva pensare alla nuova leva e lasciare un congruo numero di nati, pena l'invecchiamento del gregge in pochi anni.Si allevavano, dunque, le femmine e qualche maschio e ciò riduceva ancor di più quelli disponibili alla macellazione.
L'uomo, al sentire che non c'era un capretto, se la prese con me, non riuscendo a capire l'errore in cui era incorso. Mio padre chiese anche a mio zio se non ne avesse qualcuno in più, ma invano.
C'era niente da fare e l'uomo si mise persino a piangere dicendo:
"Datecene almeno un pezzo, tanto che si può far festa anche noi, siamo buttati in questo posto sperduto, cercate di capire anche la nostra situazione!"
Ma pur capendola, i capretti non si potevano far apparire con un semplice gesto.
Visto che non c'era nulla da fare, se ne andava sconsolato; forse si dirigeva in paese, ma con poche probabilità di trovare, a quell'ora, non un capretto, ma anche altra carne, dal momento che abitualmente la gente faceva provviste per tempo.
Sceso il sentiero che portava al rio, riprese a salire nella sponda opposta, attraversando il campo di cuasoli, dalla parte in cui tramonta il sole, lungo la strada che portava al paese.
Lui piangeva, anche mio padre, forse, piangeva in cuor suo, per non averlo potuto accontentare.
Senza dir niente a nessuno, gli diede un urlo di richiamo, facendogli cenno di tornare. Il carbonaio non se lo fece ripetere e in un balzo fu di nuovo nell'ovile.
Vi erano tra i capretti non promessi e non da allevare, due cuainus, nati in ritardo e dunque neppure ancora maturi per essere macellati. Erano come la manna scesa dal cielo per una situazione che si era creata in famiglia: mia madre aspettava l'ultimo figlio e mio padre aveva deciso di riservare i due caprettini per macellarli in occasione del lieto evento, perché alla puerpera avrebbe fatto bene un po' di carne e di brodo leggero.
Ne prese uno, lo macellò e lo diede all'uomo che andò via subito tutto felice, ringraziando mio padre, ma non mancando di fare un cenno di disapprovazione a me che mi riteneva responsabile dell'incidente.
Mio zio rimproverò mio padre perché si era ricreduto. Ma lui rispose semplicemente:
"Mi nd'est partu mali!".
Ho avuto pietà di loro!


Signor Virgilio

Per chi sta vivendo il girone di ritorno della vita, ossia la seconda parte degli anta, non apparirà nuovo il nome di un personaggio un tempo molto noto e ormai sicuramente caduto nel dimenticatoio. Si tratta di signor Virgilio.
Signor Virgilio e basta, poiché è quasi certo che in paese difficilmente qualcuno sapesse quale fosse il suo cognome.
Di fatto, pare che l'uomo, un personaggio per quei tempi, fosse venuto a Villacidro come carbonaio, non mi è dato sapere in occasione di quale taglio di foresta, se in quello di Villascema, eseguito nella seconda parte degli anni quaranta, o in quello di Magusu operato dal 1948 a 1952.
L'uomo, finita la sua campagna di carbonaio, o comunque di uomo impegnato nei lavori della foresta, si stabilì a Villacidro trovandosi un'attività che almeno stagionalmente gli assicurasse il pane per tirare avanti. Si era procurato una carrozzella a tre ruote, appositamente attrezzata di vaschette e di uno spazio adatto ad impilare i coni e così equipaggiato se ne andava in giro per le vie polverose del paese a vendere gelati.
Signor Virgilio era ormai avanzato negli anni, aveva capelli e barba bianca e, se non ricordo male portava un paio di occhialini e un cappello afflosciato dal logorio.
"Est una bidda totu arziadas!" E' un paese con tante salite!
Egli, dunque, spesso si trovava ad aver bisogno di aiuto per muovere la carrozzina e per questo erano pronti a farsi avanti i ragazzini che gli stavano continuamente alle calcagna.
Lo aiutavano volentieri dal momento che, per riconoscenza, l'uomo dava a colui o coloro che lo aiutavano, un cono gelato del valore di dieci lire, che era il formato più economico del tempo.
Credo che fumasse la pipa o il sigaro, o l'uno e l'altro, e in più, è molto probabile, che ciccasse, masticasse cioè il tabacco, come usavano molti allora. Mentre fumava o masticava, capitava che alcune briciole di tabacco cadessero nell'impasto del gelato e se lo ritrovassero tra i denti i malcapitati clienti. Un fiore d'igiene, si direbbe oggi.
"Gelati, gelati!!"
Chiamava nell'attraversare le strade e in particolare la via Roma, che allora era la via principale del paese.
In questa attività si trattenne a Villacidro per alcuni anni, finché, a un certo punto, sparì dalla circolazione, senza che nessuno sapesse che fine avesse fatto. Viveva solo l'uomo e dunque non c'era chi si preoccupasse di lui.

*****

In quegli anni Luigi, figlio di un buon possidente del paese, studiava medicina all'università di Cagliari e dormiva in città; la sera qualche volta usciva per andare a vedere qualche film o per incontrarsi con qualche amico. In una delle viuzze del quartiere Castello, mentre all'imbrunire usciva per i fatti suoi, un uomo, un barbone gli tese la mano chiedendogli l'elemosina.
Luigi guardò in faccia il barbone e quasi incredulo esclamò:
"Signor Virgilio!"
Signor Virgilio, vistosi riconosciuto, scoppiò in un pianto dirotto e cercò di sgattaiolar via per sfuggire a quel disonore.
Luigi aveva in tasca quella che oggi i genitori moderni chiamano la paghetta, i soldi che gli occorrevano per andare avanti durante la settimana lontano da casa, li diede tutti a signor Virgilio abbracciandolo, intanto questi si divincolava e riuscì a sgattaiolare, andandosi a perdere nel silenzio e nell'ombra, dalla quale era improvvisamente apparso, per non farsi vedere mai più.
Nessuno seppe più nulla di lui.

Passeggiavo per Cagliari uno di questi giorni e nel girovagare ho vista parcheggiata una carrozzella-gelateria, ben più moderna di quella che usava signor Virgilio e nel vederla è ricomparsa nella mia mente quella antica e l'antico uomo ex carbonaio che la conduceva.
Ho voluto raccontare questo aneddoto per rammentare, se ce ne fosse bisogno, che i carbonai erano dei gran lavoratori, sfruttati anche troppo forse e forse anche per questo, povera gente.
Villacidro 29 aprile 2001

 

SU CRABONI DE FRAU
IL CARBONE DEL FABBRO

carboneE parlando di carbone e di carbonai non può mancare un cenno a SU CRABONI DE FRAU, il carbone che veniva utilizzato dai fabbri. Questo era simile al carbone normale, ma era prodotto dall'erica, perché aveva la caratteristica di bruciare a fiamma viva e produrre tanto calore, tale quale serviva per arroventare il ferro da lavorare.
Di questo tipo di carbone non si occupavano i carbonai toscani, ma in ogni paese vi erano degli uomini che lo facevano andando in foresta in ogni stagione, magari col tacito consenso delle guardie campestri, ben vigili allora, nella custodia del patrimonio comunale.
Erano persone solitamente considerate senz'arte né parte, che vivevano di espedienti, come quello, appunto, di fabbricare quel particolare carbone o di cercare pertiche o scope o quant'altro la foresta potesse offrire, che poi vendevano per un tozzo di pane ai contadini o artigiani che ne facessero richiesta. Tra gli altri, vanno ricordati tziu Giuannicu Aru, tziu Pabassedda, tziu Loi Orrù, tziu Licu, tziu Antiogangiu Enas.
La produzione del carbone per fabbro era un lavoro difficilissimo, che richiedeva una specifica specializzazione.
Non si produceva con una carbonaia del tipo descritto; ma in una cavità dove posavano la legna, che poi ricoprivano di terra. Queste carbonaie erano di dimensioni ridotte, non producevano mai più di un sacco di carbone per volta; più di una volta, come d'altronde succedeva anche ai carbonai toscani, il lavoro di tanti giorni andava in fumo a causa del vento o di qualche altro incidente.

Per produrre il carbone non esistevano le feste.
A tal proposito, mio padre raccontava di aver visto tziu Giuannicu Aru, il giorno di Pasqua, sotto un vento e una pioggia sferzante, mentre cercava di salvare la carbonaia, sentirlo gridare al vento:
"Mincidissu siast, sa dì santa chi est oi!".
Possa essere maledetto in questo santo giorno!
E sì, persone e lavori d'altri tempi! ma per mettere insieme il pane di pranzo con quello per la cena occorreva fare grossi sacrifici che oggi è difficile capire.

Si ringrazia il signor A. Allievi per le foto.

 

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