VILLACIDRO:
UN PO' DI STORIA A
cura di Ignazio Fanni L'AEROPORTO
DI TRUNCONI - S'ACQUA COTTA
| Polemiche
sul bombardamento di Gonnos. Il
Comune di Gonnosfanadiga rifiuta la medaglia di bronzo per la strage del 17.2.1943? Fu
una strage voluta o un tragico incidente? PRESTO!
Nel
prossimo aggiornamento CLAMOROSO!!! Riporteremo
le testimonianze degli americani che bombardarono Gonnos e il rapporto
della missione del 310° Gruppo Bombardieri |
| L'
AEREO TELEGUIDATO A.R.P. OPERAZIONE CANARINO(Libera
riduzione da una pubblicazione del Generale Ferdinando RAFFAELLI per cortesia
del Col. AAran Antonio Sasso)
Già
nel 1940, subito dopo la decisione del governo italiano di entrare in guerra a
fianco della Germania, ci si rese conto che la nostra aviazione, non potendo mettere
in campo un sufficiente numero di bombardieri, non avrebbe potuto fare molto per
contrastare i convogli diretti alle basi inglesi del Mediterraneo. I nostri aerei
oltre che poco numerosi, essendo costretti a sganciare da quote - per quei tempi
- abbastanza elevate e disponendo di dispositivi di mira poco precisi, erano costretti
a lasciar cadere obiettivo un elevato numero di bombe, nella speranza che qualcuna
colpisse una nave del convoglio o, meglio ancora, una delle portaerei di scorta
al convoglio stesso. Dovendo caricare un elevato numero di bombe, queste necessariamente
dovevano essere di modesta potenza e quindi anche se arrivavano sul bersaglio
raramente il colpo era veramente efficace.
Parve
quindi evidente che per interrompere questo circolo vizioso bisognava riuscire
a sganciare sull'obiettivo, o nelle immediate vicinanze di esso, una bomba di
elevata potenza che sicuramente avrebbe arrecato dei danni irreparabili. Convinto
che non ci fossero alternative valide, il 18 Luglio del 1940, l'allora Colonnello
Ferdinando Raffaelli inviò una proposta scritta agli Alti Comandi spiegando
che sarebbe stato sicuramente possibile infliggere gravi perdite ai convogli nemici
utilizzando degli aerei senza pilota che, guidati tramite un radiocomando, si
sarebbero dovuti schiantare sulle navi nemiche facendovi esplodere sopra una o
due bombe di enorme potenza. L'
aereo da sacrificare (aereo A.R.P.) poteva essere teleguidato mediante impulsi
radio inviatigli dall' equipaggio di un altro aereo (aereo P) che l'avrebbe seguito
tenendosi, però, a debita distanza. Una
missione di questo tipo avrebbe presentato i seguenti vantaggi:
a) infliggere notevoli danni ai convogli
nemici (precisione del colpo con bombe di notevole potenza); b) raddoppiare
il raggio di azione dei veivoli in quanto l'aereo da sacrificare (non essendo
previsto il ritorno) poteva utilizzare tutto il carburante per il viaggio verso
obiettivo, e l'aereo pilota (non essendo gravato dal peso delle bombe) avrebbe
comunque aumentato la sua autonomia; c) non rischiare la vita dei piloti che
altrimenti, per sganciare le bombe si sarebbero dovuti portare sulla verticale
dell' obiettivo, esponendosi al fuoco del nemico (infatti nella fase finale l'aereo
P si sarebbe tenuto a circa 4.000 metri dall' aereo A.R.P.); d) utilizzare
degli aerei dismessi o comunque vicini alla dimissione, che sarebbe stato troppo
rischioso far volare con degli uomini a bordo. Ottenute le necessarie autorizzazioni,
nello stesso 1940 iniziarono (presso il centro sperimentale di Guidonia) gli studi
e le prove pratiche per la realizzazione dell' A.R.P.. Per
non complicare eccessivamente le cose fu deciso che il l' aereo sarebbe comunque
decollato sotto la guida di un pilota in carne e ossa che, portato l'aereo in
quota e sistemati i comandi secondo i parametri prestabiliti, inserito l'autopilota,
tolta la sicura alle bombe, doveva lasciare l'aeroplano lanciandosi col paracadute,
possibilmente, sull' aerodromo di partenza. A
questo scopo, nel ventre dell'aereo, fu predisposta una botola di lancio nella
quale il pilota si disponeva in piedi e azionava il comando di apertura. Senza
il peso del pilota, la botola si richiudeva per effetto di due grossi elastici.
Per la realizzazione
sperimentale furono messi a disposizione due S.79. Uno da usare come aereo P e
l'altro con aereo A.R.P.. In seguito , come aereo P, fu usato un Cant Z 1007 Bis
ed entrambi gli S.79 come A.R.P..
Il generale Ferdinando Raffaelli ideatore del velivolo
radioguidato.
Sull'aereo pilota fu istallata una seconda cloche manovrando la quale si inviavano
impulsi radio di diversa frequenza ( le frequenze più basse per le manovre
nel piano verticale e le frequenze più alte per le manovre nel piano orizzontale).
Sull' A.R.P. i
segnali venivano captati da un ricevitore radio e trasformati in segnali elettrici
che applicati a un servomotore muovevano opportunamente una cloche identica a
quella dell'altro aereo impartendo, così, al servopilota le istruzioni
per far mantenere all'aereo la rotta voluta. Come autopilota fu utilizzato
il De Bernardi Cerini, già sperimentato proprio sull' S.79 , e del quale
una dozzina di esemplari erano disponibili ancora imballati e mai utilizzati. Dopo
il decollo l'aereo P seguiva l'A.R.P. a una distanza di circa 500 metri, per tenersi,
poi, a una distanza di 4.000 m una volta arrivati in zona operazioni. La velocità
dell'aereo pilota poteva variare tra i 320 e i 370 km/h e quella dell' A.R.P.
tra i 320 e i 470 km/h. La quota di crociera era di circa 6.000 metri e il raggio
di azione dalla base era approssimativamente di 1.200 km. La
tattica d'attacco era "sempre impostata sul principio della collimazione
diretta, vale a dire mantenendo la rotta del velivolo P costantemente puntata
sull'obiettivo o (in caso di obiettivo mobile) sul punto futuro e teleguidando
il veivolo A.R.P. in modo da mantenerlo, a sua volta, costantemente sulla congiungente
stessa.". Evidentemente una tale tattica presupponeva una perfetta intesa,
sull' aereo P, tra il pilota e il secondo che fungeva da teleguidatore. Per
migliorare la visibilità dell' A.R.P. soprattutto nella fase finale, quando
i due velivoli si trovavano alla massima distanza, si decise di dipingerlo di
giallo e gli si affibbiò il nomignolo di CANARINO.
I protagonisti dell'operazione Canarino. da sin.,
l'ing. Leandro Cerini, il mar. Mario F. Badii, il cap. Emilio Montuschi Molti
e non sempre di immediata soluzione furono i problemi e gli ostacoli da superare. L'allora
capitano Emilio Montuschi in particolare si adoperò per modificare
gli apparati radio già esistenti adattandoli alle nuove funzioni.
Come trasmettitore venne utilizzato un 320/Ter e come ricevitore un RA-18 modificati
per poter lavorare su frequenze comprese tra i 300 e i 2000 cicli/secondo.
Si dovette quindi munirli di un separatore di frequenze in quanto i toni bassi
erano destinati ad agire sul servomotore del piano verticale mentre i toni alti
dovevano agire sul servomotore del piano orizzontale. Infine un discriminatore
per i toni alti e uno per i toni bassi dovevano provvedere a fornire una corrente
continua positiva o negativa ma di intensità variabile, per far ruotare
i servomotori in un senso piuttosto che nell' altro. Fu studiata un opportuna
schermatura per eliminare i disturbi radioelettrici che avrebbero potuto falsare
i comandi ricevuti dall' autopilota dell' A.R.P. Essenziale
anche la collaborazione del signor Leandro Cerini durante tutta la sperimentazione
tesa a stabilire la velocità massima alla quale l'autopilota era ancora
in grado di rispondere ai comandi impartitigli via radio e alla messa a punto
ottimale dello stesso autopilota: velocità dei motorini elettrici di comando,
sincronismo, rapporti di demoltiplicazione ecc. . Per facilitare il compito
del "teleguidatore" si mise a punto uno stumento elettromeccanico (ripetitore
cronogoniometrico) che, collegato alla cloche di telecomando, riportava su due
scale graduate le variazioni di altitudine e di direzione radiotrasmesse all'autopilota. Infine
si pensò di corazzare adeguatamente l'autopilota e l'apparato ricevente
dell' A.R.P. perché occorreva che sino al momento dell'impatto queste apparecchiature
funzionassero correttamente anche se il veivolo, ormai a tiro dell'artiglieria
della nave attaccata, fosse stato gravemente colpito o addirittura in fiamme.
L'aereo poteva trasportare una o due bombe (a seconda della distanza dell'obiettivo
dalla base di partenza) da 1.000 chili, contenenti 550 kg di esplosivo ad alto
potenziale. Il loro diametro era di circa 52 cm e la lunghezza vicina ai 4 metri.
Venivano appese a dei ganci la cui rottura, al momento dell' impatto, ne
avrebbe determinato il distacco dall'aereo. Naturalmente, erano provviste di una
normale spoletta a urto, nel caso l'aereo si fosse schiantato sul bersaglio.
Ma poiché la massima efficacia si poteva ottenere facendole esplodere in
acqua a pochi metri dalla nave attaccata le si dotò anche di una spoletta
a inerzia, che entrando in funzione per effetto della decelerazione dovuta all'impatto
con l'acqua, avrebbe determinato l'esplosione della carica con un certo ritardo.
Per studiare il comportamento delle bombe in acqua ( traiettoria delle bombe
e momento ottimale per l'esplosione) di grande aiuto furono gli esperimenti e
le prove condotte dall'allora Maggiore Cesare Cremona.
L'OPERAZIONE
CANARINO
Naturalmente
tutte queste prove, anche a causa dell'inadeguatezza dei mezzi a disposizione,
richiesero mesi e mesi di lavoro e solo alla fine di Maggio del 1942 i velivoli
furono dichiarati pronti per l'impiego. A
Luglio aerei ed equipaggi furono trasferiti al Campo di Trunconi (presso Villacidro)
e il 12 agosto parteciparono alla famosa "Battaglia di mezzo Agosto"
durante la quale la nostra aviazione riuscì a infliggere perdite consistenti
alla flotta inglese. Come
detto l'A.R.P., a causa del colore giallo che gli era stato dato (per poterlo
meglio seguire da una certa distanza) fu soprannominato il CANARINO e tutta l'operazione
prese il nome di OPERAZIONE CANARINO. A
questo proposito ecco cosa scrisse l'allora Colonnello Raffaelli:
"La partenza avvenne poco dopo le 13 del 12 agosto: raggiunta la quota stabilita
di 2000 metri, il pilota dell'S. 79, mar. Mario Badii, si lanciava regolarmente
sul campo stesso di Villacidro; il Cant Z 1007 Bis (equipaggio: gen. Faffaelli,
ten. Rospigliosi, mar. Palmieri, 1° av.mot.. Monticelli) che ormai aveva assunto
l'A.R.P. in teleguida, lo seguiva a breve distanza mentre i G. 50 della scorta
decollavano. Dopo il lancio la piccola formazione si dirigeva su Elmas , sulla
cui verticale dovevano aggregarsi i due RE 2001 con bombe: ma questi si erano
già diretti verso l'obbiettivo. ...
Lasciato
il cielo di Elmas, fu raggiunto Capo Pula, punto prestabilito d'inizio della navigazione,
cercando ancora, con un ampio giro, sempre alla quota di 2000 m, di raccogliere
vari cacciatori. Riuscito
vano anche questo tentativo - e tenuto conto anche della limitata autonomia di
cui disponevano ormai i due G. 50 aggregatisi - la strana e minuscola formazione
si poneva in rotta verso l' obiettivo; tanto viva era, malgrado tutto, la speranza
di poter violare la cintura di protezione della caccia nemica. L'attacco
era stato previsto con direttrice da S a N dopo un avvicinamento che, contornando
da E l'isoletta della Galite, avrebbe condotto gli aerei a S del convoglio, la
cui posizione, segnalata dalla ricognizione, risultava a 10 miglia a W del meridiano
dell' isoletta. Tale direttrice era consigliata da ragioni di visibilità
e da considerazioni relative agli altri attacchi concomitanti
Rotta dell'aereo radioguidato
Canarino Tentato attacco del 12 Agosto 1942
.
Fino alla vicinanza della Galite, il telecomando funzionò egregiamente;
ma quando già i contorni dell' isola cominciavano a stagliarsi nitidamente
all'orizzonte, improvvisamente l' aereo telecomandato cessò di eseguire
i comandi trasmessigli, sia nel piano orizzontale che in quello verticale; il
volo proseguiva stabilissimo - salvo una lieve precessione verso destra - rivelando
con ciò l'efficenza di tutti gli organi del velivolo, compreso l'autopilota,
ma i ripetuti vani tentativi di comandare sia la rotta che la quota denunciarono
ben presto una avaria nel complesso trasmittente, ove il dielettrico di un condensatore
si era bruciato senza possibilità di sostituzione in volo. Avaria mai verificatasi
nel corso delle precedenti numerose prove ed ascrivibile a due cause: il materiale
autarchico comparso negli apparati recentemente sostituiti ed il prolungato funzionamento
continuativo richiesto al trasmettitore durante i vari, quanto vani, giri di attesa
della caccia di cui sopra. Non
rimase che seguire per un certo tratto l' S.79, mentre ogni provvedimento veniva
tentato per riattivare il trasmettitore: appena superata la Galite i due G. 50
di scorta venivano intanto posti in libertà col segnale convenuto, per
non farli trovare in difficoltà di carburante in pieno mare. Superata
la fascia costiera algerina ed accertata dal marconista l'impossibilità
di porre riparo all' avaria, l' S 79 fu abbandonato alla sua sorte, lasciandolo
proseguire - ormai autonomo - verso la zona desertica dell' interno. Il ritorno
del Cant Z 1000 bis, a volo radente, ebbe luogo senza avvenimenti degni di nota. Della
fine dell' S. 79 si ebbero presto notizie da un telegramma della C.I.A.F. che
da Algeri segnalava l'esplosione, per urto, di un aereo sui monti a SW di Khenchela,
a circa 70 chilometri a S di Philippeville, a quota compresa tra 1770 e 1800 metri,
posizione in accordo, del resto, con una semplice estrapolazione cinematica del
tratto precedente della traiettoria. Le autorità locali erano rimaste
alquanto imbarazzate di fronte all'assenza dei resti dell'equipaggio, che dichiararono
"completamente carbonizzato": avrebbero fatto meglio a dire: volatilizzato!
Si sottolineava l'imponenza dell' esplosione , la vastità della voragine
creata nelle rocce, la distanza alla quale erano state proiettate le varie parti
dell' aereo, ecc. Elementi inequivocabili di riconoscimento dell' aereo la
targa di uno dei motori, le matricole di fabbricazione ancora incise su parte
dei motori, su due eliche, sul generatore elettrico Marelli". Convinti
della validità del progetto si decise di continuare apportando le varie
modifiche suggerite dall'esperienza: Per quanto riguarda gli apparati radio
si provvide a radicali trasformazioni e al raddoppio di tutte le parti principali
mediante apparati indipendenti a funzionamento contemporaneo. Vista
la penuria di velivoli si decise di usare, come aereo P, un monoposto da caccia
il cui pilota avrebbe dovuto guidare il suo aereo e contemporaneamente l' A.R.P.. Al
posto dell' S.79 si decise di usare un aereo appositamente studiato dall'allora
ten. col. Sergio Stefanutti e del quale venne commissionata una piccola serie
alla "Aeronautica Lombarda " di
Cantù. Essendo destinato a effettuare pochi voli, questo aereo, era
molto semplice ed economico, e essendo il suo peso inferiore a quello di un S.79
(ad esempio il carrello veniva sganciato subito dopo il decollo) consentiva un
notevole risparmio di carburante. Anche
questa volta si dovettero superare notevoli difficoltà, rese ancor maggiori
dal precipitare degli eventi bellici, e solo ad agosto del 1943 si poté
disporre dei primi aerei. L'8 settembre il colonnello Raffaelli si apprestava
a tracciare la rotta per un attacco che si sarebbe dovuto sferrare contro le navi
inglesi avvistate tra Salerno e Ischia quando venne a conoscenza che era stato
firmato l'armistizio: "non
rimase che il triste compito di emanare le disposizioni per la distruzione e l'occultamento
delle varie apparecchiature e della relativa documentazione. Così
si concluse, amaramente, il lungo quanto vano sforzo, protrattosi quanto la nostra
sfortunata partecipazione al secondo conflitto mondiale, nell'affannosa lotta
di pochissimi uomini, appassionati e convinti della bontà del sistema,
decisi fino all'ultimo a compiere per intero il loro dovere.".
La
cartina è tratta da "L'aereo teleguidato A.R.P." del Gen. S.A.
Ferdinando Raffaelli, per cortesia del Col. AAran Antonio Sasso. La foto n.
1 e 1 sonotratte da Almanacco di Cagliari '90;
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