
TOPONOMASTICA
Vie e vicinati di Villacidro
1) PALATZIU
Su
bixinàu de Palàtziu, si estendeva tra la odierna Via Vittorio
Emanuele, Via Parrocchia, Via Giovanni XXIII.
Anticamente veniva denominato su bixinàu de sa tùrri, in quanto sede del castello dei Brondo, marchesi di Villacidro, i quali acquistarono nel 1595, per lire 100.000, tale marchesato da Filippo II, re di Spagna che, avendo bisogno di denaro, lo aveva messo all'asta, e lo tennero sino al 1669, quando il marchese Antonio Brondo fu condannato a morte per l'uccisione del vicerè don Emanuele des Los Cobos di Camarassa.
Col passaggio della Sardegna dal dominio spagnolo a quello di Casa Savoia, il marchesato di Villacidro non fu più che un titolo onorifico, infatti, i marchesi, d'origine spagnola, ormai da lungo tempo erano rientrati in Spagna ed i villacidresi non ricordavano nemmeno più la loro esistenza.
Il castello, da tempo disabitato, andava in rovina quando fu acquistato,
al prezzo di 500 scudi, equivalenti a 1250 lire, dal vescovo
monsignor Giuseppe Maria Pilo per farne la propria residenza estiva e
autunnale.
Si demolì completamente il vecchio fabbricato per costruire il Palazzo
Vescovile, la costruzione venne eseguita in un anno e mezzo e furono spese 212.000
lire.
Monsignor Pilo prese possesso del Palazzo il 24 Ottobre 1770.
Nel
1808 il Palazzo Vescovile ospitò la Prefettura, istituita a Villacidro
da Vittorio Emanuele I.
Il 2 Marzo 1808 arrivò il Prefetto don Antonio Melis il quale, non avendo trovato una residenza idonea, ottenne dalla Curia di potersi stabilire temporaneamente nel Palazzo Vescovile; tale ospitalità durò per 13 anni, sino al 24 Dicembre 1821.
A fianco del Palazzo c'era un carcere,
presumibilmente fatto costruire intorno alla fine del 1700 da Monsignor Michele
Antonio Aymerich, che, sebbene il Prefetto lo giudicasse poco adatto ad ospitare
dei detenuti, perché piccolo e poco sicuro contro le evasioni, venne
utilizzato senza apportarvi nessuna modifica.
Il Palazzo fu sottoposto a diversi restauri:
nel 1833 ne crollò una parte e si rilevarono spaccature nel muro confinante
con le carceri, i lavori di ricostruzione, ingrandimento e restauro durarono
sino all'estate del 1834; era vescovo monsignor Tore;
dal 1931 al 1939 monsignor Emanuelli ordinò altri lavori di restauro
e la costruzione di un'ampia e comoda scala che mettesse in comunicazione i
tre piani del palazzo;
negli anni '50, sotto la guida di monsignor Antonio Tedde, venne costruita una
cappella e vennero eseguiti lavori di abbellimento ed ampliamento dentro e fuori
il palazzo.