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Ricerchiamo l’essenziale
Di fronte al dilagare della malavita e del vuoto di valori che contrassegna il vissuto di tanta gente, parlare di conversione del cuore e di fede in Dio sembra diventato discorso per ingenui, assolutamente fuori moda. L’uomo sa da sé cosa cercare e dove andare. Non ha più bisogno di essere consigliato o guidato. Basta considerare il progresso raggiunto per convincersi che l’intelligenza rimane l’unico punto di riferimento su cui poggiare la costruzione del proprio futuro. Sono tanti, oggi, a pensarla così. Saranno poi le vicissitudini della vita a ridimensionare tale teoria e a far capire che i valori che fondano l’esistere non li crea l’intelligenza, ma si trovano iscritti nella coscienza. Si scopre così che la dignità della persona sta nella capacità di vivere con coerenza l’ordinarietà del quotidiano. Il tutto e subito, a proprio piacimento, non è mai possibile nella legalità. Le norme valoriali forti non sono creazione nostra, ma scorrono su binari paralleli rispetto alla nostra ragione. Per un corretto rapporto con noi stessi e con la realtà, perciò, è da saggi riconoscere i limiti dell’intelligenza e della volontà. Quante volte la ragione si dichiara impotente a risolvere inquietudini, ansie, timori e sofferenze? E la volontà? Vorrebbe, ma non può, perché ciò che le si chiede , la supera. Dunque, assolutizzare il limite (e cioè ciò che possiamo sapere e fare da noi stessi) non è mai atto di sapienza. Invece vale la pena relativizzare le nostre potenzialità ed aprirsi all’accoglienza di una verità che ci supera e che ci è donata. Al contrario di quanto alcuni pensano, non è segno di debolezza, ma coscienza di essere immersi in un mistero che ci sovrasta e ci avvolge. Per quanto infatti ci si adoperi a soddisfare i propri desideri e a circondarsi di beni e di onori, nel profondo di se stessi si scopre sempre una fame che non può essere saziata dalle cose che ci si procura con le proprie forze.
Il cammino quaresimale ci invita a ricercare l’essenziale e ad allontanarci da tutto ciò che ci fa essere meno uomini: la falsità, l’apparire, lo spreco, l’egoismo, l’invidia. Ci apre all’accoglienza del mistero di passione, morte e risurrezione di Gesù come lezione di vita che dà senso alle nostre attese. Ci incoraggia a trovare del tempo per stare con noi stessi, e non per estraniarci dagli altri, ma per motivarci a camminare con carità accanto al nostro prossimo. Ci sono tante difficoltà, talvolta di ordine materiale, altre volte di tipo morale. Se però saremo capaci di aprirci alla fede, in fondo alla strada della vita vedremo brillare una luce, quella della speranza.
Don Giovannino
DOTTOR PIETRO CORTI
Il Dottor Pietro Corti è un testimone della carità dei nostri tempi. Dopo le scuole elementari, proseguì gli studi in collegio a Stresa sul Lago Maggiore. Fragile nel fisico aveva il desiderio di fare il medico in terre lontane dove c’era più bisogno. Vincendo lo scetticismo degli amici che lo ritenevano un bizzarro figlio di papà, si laureò all’Università di Milano e partì per il Canada nel 1955 per specializzarsi in radiologia e anestesia. A Milano aveva conosciuto una ragazza anche lei laureanda in Medicina, Benedetta Bianchi-Porro (1936-1964), oggi Venerabile, che sognava una vita missionaria in Africa. Piero se ne era innamorato e sognava di partire con lei, ma una rarissima malattia l’aveva colpita al midollo spinale, rendendola cieca e paraplegica e portandola rapidamente alla morte. Prima che morisse, Piero le giurò che avrebbe fondato per suo amore un ospedale in Africa. In Canada, durante la specializzazione conobbe un’altra collega canadese che si specializzava in chirurgia, Lucille Teasdale. Divennero amici e col tempo sbocciò in essi l’amore. Terminati gli studi Piero tornò a Milano. Lucille lo raggiunse e Piero le chiese di partire con lui in Uganda e Lucille disse di sì. Il 1° maggio 1961 atterrarono ad Entebbe, capitale dell’Uganda giungendo a Lacor, dove c’era un dispensario gestito da suore italiane comboniane. Si cominciò a lavorare, Lucille come chirurgo e Piero come anestesista, radiologo e amministratore. Si sposarono nella Cappella del piccolo ospedale il 5 dicembre 1961. Pietro Corti assunse personalmente la gestione dell’ospedale e il reperimento di fondi. Costituì un’estesa rete di rapporti con un gruppo di amici e parenti. Il 9 ottobre 1962, l’Uganda divenne indipendente. Per una decina d’anni ci furono lotte e violenze. L’ospedale si trovò al centro degli scontri e delle vie di fuga, per cui fu razziato varie volte, mentre le infermiere delle diverse etnie scapparono. Piero e Lucille trovarono sempre la forza per ricominciare. Il 17 novembre 1962 era nata la loro figlia Dominique, che fu la gioia di entrambi, stette con loro i primi anni, poi fu ospitata dagli zii Piero e Galeazzo e successivamente dallo zio Fortunato Fasana, che era docente di Medicina all’Università Statale. L’opera del dottor Corti proseguì alacremente nonostante tutte le difficoltà, acquistandosi la simpatie della popolazione ugandese. L’ospedale fu allargato e modernizzato, con nuovi reparti, due sale operatorie e nuovi medici. Fu aperta una scuola per infermieri diplomati e fondati due Centri sanitari periferici. Arrivò per un colloquio un giovane medico di colore, Matthew Lukuwya, poi specializzatosi nella diagnosi e cura dei tumori infantili e dopo un soggiorno in Italia, nella lotta all’AIDS. Il loro ospedale funzionava a pieno ritmo, capace di 465 posti letto e con quasi 500 dipendenti ugandesi. Lucille venne nominata membro onorario del Collegio reale dei medici e chirurghi del Canada, mentre l’Accademia Nazionale dei Lincei in Italia, assegnava il premio ‘Feltrinelli’ all’ospedale di Lacor, definito. Il 25 aprile 1979 Lucille, in sala operatoria fu raggiunta in faccia da uno spruzzo di sangue nerastro; il paziente morì qualche giorno dopo per un’infezione da HIV (AIDS). Nel 1982 a 20 anni Dominique tornò in Uganda dai genitori e si accorse subito che la mamma faceva fatica a nutrirsi e aveva perso troppo peso per i suoi 53 anni. La persuase a farsi visitare da uno specialista in Europa. Pietro e Lucille parteciparono nel 1983 all’udienza di papa Giovanni Paolo II, riservata ai “medici missionari”. Poi fecero tappa a Londra per consulto ed esami. Il responso fu che Lucille era sieropositiva e Piero no. Le diedero due anni di vita. Lavorò invece per altri tredici anni, pur limitando man mano l’attività chirurgica. Piero ne era sconvolto e angosciato, tanto più che Lucille, in questa dolorosa prova era semplicemente magnifica. Dopo lunga sofferenza, morì a Besana Brianza, il 1° agosto 1996 a 67 anni, dando esempio di dedizione fino all’ultimo. Per Piero le prove continuarono. Nel 1999, si abbatté sull’Uganda, la micidiale Ebola. Il direttore sanitario Matthew Lukuwya di 41 anni, nel soccorrere un ammalato ne contrasse il virus e dopo qualche giorno morì. Pietro rimase solo a lottare. Oggi l’ospedale accoglie oltre 100.000 ammalati l’anno, l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo ha scelto come centro pilota per la lotta all’AIDS in Africa. Ebbe diversi bypass, ma il testardo fondatore lottò fino alla fine. Morì a Milano il 20 aprile 2003, stroncato da un tumore al pancreas la sera del giorno di Pasqua. Aveva 78 anni di cui 42 di carità attiva trascorsi in Africa tropicale. Pietro e Lucille riposano vicini nel complesso di Gulu, per continuare insieme a vigilare sul buon andamento del loro ospedale, con il sostegno di una Fondazione a loro intitolata, la cui presidente è la figlia Dominique.
L’emergenza educativa ci interpella.
Domenica 8 marzo si è conclusa la visita pastorale del vescovo alla nostra parrocchia con la cresima dei ragazzi che frequentano il 2° anno di un triennio ancora in fase di sperimentazione. Come tanti altri, anch’io mi sono chiesto quanto fosse opportuno ammettere al sacramento persone che battono la fiacca a scuola, dimostrano poco rispetto per gli altri, non possiedono alcun senso del dovere e paiono ribelli a qualsiasi impegno. Non è dei nostri ragazzi, però, che voglio parlare, ma del problema che vi si trova sottinteso: l’emergenza educativa tra i giovanissimi. Molte le cause, come accade sempre quando una questione è complessa. Da una parte le famiglie che, spesso, abdicano al loro ruolo o perché stressate dagli impegni quotidiani o perché già esse provengono da ambiti familiari che si sono dimostrati deboli nell’educare. Poi c’è la scuola che non riesce ad incidere come sarebbe auspicabile. E così, mentre i casi problematici tra gli studenti, di anno in anno, vanno aumentando, gli insegnanti si sentono sempre più impotenti e impossibilitati a controllare la situazione. Avvertono che il loro compito, molte volte si esaurisce in pure funzioni di sorveglianza e capita, che per farsi accettare, si mettono allo stesso livello degli studenti. Poi non sono rari i casi di genitori che di fronte a un intervento disciplinare o a un rimprovero, si schierino sfacciatamente a difesa del proprio figlio senza alcuna disponibilità alla collaborazione. In passato, sappiamo che non era così. I genitori avevano maggiore considerazione dell’impegno educativo delle varie agenzie. Oggi, invece, la stima nei confronti di chi opera nell’ambito scolastico, si è fortemente indebolita. La società, da parte sua, non si dimostra certo modello di valori. Sembra, anzi, che stia scivolando sempre più in comportamenti e scelte di vita che di educativo hanno poco o nulla. Sul piano delle conoscenze tecniche, inoltre, il mondo adulto è consapevole che i ragazzi e i giovani sono più preparati di loro e questo crea frustrazioni facendo ritenere che ormai si abbia poco da insegnare. Tutto questo porta a perdere di vista i compiti fondamentali che sono propri di un educatore. E tra questi ne evidenzio uno in particolare: l’insegnare a vivere con rispetto e partecipazione gli uni accanto agli altri. Autenticamente libero, infatti, non è chi fa ciò che vuole, ma colui che sa che la sua libertà finisce quando inizia quella degli altri. L’opinione pubblica, ormai, sta come assuefacendosi ai casi di bullismo o di efferata violenza che quotidianamente le butta addosso, con dovizia di particolari la stampa e la tivù. E i fatti di cronaca nera, come per emulazione, si vanno intensificando in maniera esponenziale, raggiungendo forme di devianza sempre più allarmanti. Non dobbiamo nemmeno dimenticare i casi in cui i ragazzi si lasciano catturare dalle immagini negative che provengono dalla società dopo che, per anni, hanno assistito in famiglia a continui litigi e conflitti.
Occorre pertanto che ci si adoperi per proporre agli adolescenti prospettive positive per il loro futuro. Senza progetti non si possono dare direttive di crescita valide che portino i soggetti ad apprezzare i valori veri, quelli universali. Bisogna responsabilizzarli e orientarli alla costruzione del bene comune da subito, senza ingiustificate attese. Io dico che già a 13 anni possono essere proposte esperienze di collaborazione. Le basi di tutto questo si mettono innanzitutto in famiglia. Un bambino, se seguito, già durante la frequenza della scuola elementare sa distinguere un comportamento corretto da uno sbagliato. Potrò sembrare esagerato, però credo che non sarebbe male intervenire sui genitori, formandoli e sostenendoli nel loro compito. Quanto già si fa in famiglia dovrebbe essere ulteriormente incoraggiato e proposto dalla scuola e dalle altre agenzie educative anche con il sostegno finanziario pubblico. Si pensi, ad esempio, a quanto lo Stato eroga alla televisione (e non sempre per educare). Certo, il problema è complesso e per fortuna ci sono anche famiglie e scuole che offrono esperienze educative interessanti. Non si può, però, non essere preoccupati del diffondersi del permissivismo e dell’esaltazione di idee e comportamenti irresponsabili. Ciò infatti induce a fare propri stili di vita in cui tutto è lecito e giustificato. Educare, invece, significa andare controcorrente, far capire che ciò che vale, costa e che per crescere occorre senso di responsabilità e di autocontrollo.
Don Giovannino
Speciale sulla Visita pastorale di Mons. Giovanni Dettori
Saluto di accoglienza del Sindaco
Eccellenza
Con piacere Le porgo il benvenuto a Villacidro a nome mio e di tutti i Villacidresi. So che la Sua permanenza nella nostra cittadina si protrarrà, anche se non in forma continuativa, per circa un mese. In Lei, vescovo, so di salutare l’autorità morale più alta di quella grande istituzione che è la Chiesa nel nostro territorio. A Lei, che ne è il punto di riferimento, desidero esprimere sincera riconoscenza per il bene compiuto dalle comunità ecclesiali villacidresi a vantaggio della collettività anche sul piano sociale e della promozione umana.
La fede e la cultura cristiana, ancora oggi, si dimostrano per la nostra comunità, - pur in un contesto di diffuso pluralismo etico, - realtà importanti e significative per la ricchezza valoriale di cui sono propositrici.
Villacidro appartiene alla diocesi di Ales dal 1768, quando l’allora vescovo Mons. Giuseppe Maria Pilo lo permutò dalla diocesi di Cagliari, mentre ne era prebendato il canonico Diego Gregorio Cadello, futuro vescovo e cardinale. Il Pilo fece di tutto per venirne in possesso perché desiderava che all’interno della diocesi ci fosse un centro dall’aria salubre dove poter risiedere lui e i suoi successori. E così per circa 130/140 anni, di fatto, Villacidro divenne la residenza abituale dei vescovi di Ales che, a partire dallo stesso Mons. Pilo, abitarono – dopo averlo acquistato, - nel palazzo che precedentemente era appartenuto ai marchesi Brondo.
(In un suo libro don Giovannino ha scritto che) “L’episcopio di Villacidro divenne il centro più noto della carità in diocesi di Ales: ad esso accorrevano, ogni giorno, centinaia di poveri con la mano tesa per sé e per le loro famiglie, sapendo di incontrare un uomo dal cuore generoso, nobile per la dignità e il prestigio che gli provenivano dall’alta carica che ricopriva, ma soprattutto per i sentimenti di carità solidale che lo spingevano a sentirsi pienamente fratello di tutti”.
Mi piace ricordare che in questa parrocchiale vennero tumulate le spoglie dei primi tre vescovi che abitarono a Villacidro. Il primo, Mons. Pilo, venne poi traslato ad Ales. Gli altri due, Mons. Aymerich e Mons. Paradiso riposano ancora in questa chiesa.
Auspico che il vescovo e le comunità ecclesiali cittadine possano ancora – come in passato – testimoniarci la carità cristiana che sa farsi solidale con tutti e in una molteplicità di forme.
In queste settimane entrerà nel vivo del nostro vissuto. Spero che potrà comprendere meglio la complessità delle problematiche presenti a Villacidro, comunque non molto diverse da quelle comuni ai grossi agglomerati urbani. Sia per l’istituzione civile che per quella religiosa destinatario del servizio è sempre l’uomo. In nome di questa finalità ogni collaborazione va promossa e incoraggiata. Con questi sentimenti, Le rinnovo il mio saluto e il benvenuto in mezzo a noi.
Dott. Ignazio Fanni, Sindaco di Villacidro
Speciale sulla visita di Mons. Giovanni Dettori
Saluto della comunità parrocchiale
Eccellenza Reverendissima
Questa sera siamo qui per salutarla e accoglierla in questa comunità, in questa porzione di Chiesa che Dio ha voluto affidare alla sua guida. Siamo qui tra queste mura, in questa fede costituita edificio, luogo di culto, sotto questa splendida cappella gotico-aragonese che si apre e s’innalza quasi volesse arrivare al cielo e che racchiude in sé il cuore più antico di questa chiesa che i nostri padri vollero dedicare alla santa vergine e martire Barbara. Qui in questa parte alta del paese, attorno a questa chiesa, la cittadina di Villacidro è nata e cresciuta, inerpicandosi prima verso i monti e poi, in tempi più recenti, riversandosi giù, verso il Campidano. Ma qui è l’origine di Villacidro, davanti a questi monti che ci circondano è qui il suo cuore. Questa chiesa segno tangibile e memoriale di una fede antica è gremita quest’oggi da chi forma questa stessa comunità, non solo quindi pietre su pietre per costituire la casa di Dio ma membra e corpo di ciascuno di noi che si fa comunità viva sotto la guida del nostro parroco e sotto la sua guida, di pastore e maestro. Il nostro mondo cambia. Tutto passa, la nostra società si trasforma e quello che è oggi, già domani non sarà più. Ma molte cose restano: il dolore, la malattia, la solitudine, la povertà che per tanti nostri fratelli e sorelle rischiano di trasformarsi in tenebre. In tutta questa notte, però, una luce rifulge: quella della speranza. La speranza che esista qualcosa di più grande, che tutto riesca ad accogliere e risanare. L’uomo moderno, così tecnologicamente avanzato, quasi padrone del mondo intero, colui che arriva sino alla luna e oltre, sembra ormai non aver più bisogno di Dio, riuscendo a bastare a se stesso, ma alle volte sbattendo nella sua finitezza, nella sua piccolezza crolla e piange. Lo fa quasi di nascosto o altre volte lo fa sfrontatamente e volutamente davanti al mondo intero, magari davanti alle telecamere. Ben poca cosa rispetto a chi piange nel proprio cuore o nel buio della proprio stanza. Si piange perché, bisogna dirlo, alle volte è veramente dura questa vita, ed occorre una buona dose di coraggio per affrontare certe giornate quando sembra che neanche il sole voglia affacciarsi dal cielo per donare un po’ di calore. Soltanto la certezza di quella luce, di quel Dio che sovrasta i cieli e in cui tutto esiste e sussiste; di quell’Amore più grande di qualsiasi mancanza o deficienza umana, ci permette di vincere anche la notte più buia. Ed è in Lui, che neanche l’universo può contenere, che l’uomo trova la luce di cui sente la necessità, la sete di verità che gli dilania il cuore, la serenità e la pace che cerca e che sospira perché possa vivere in pienezza. Anche qui in questa parte di territorio affidata a Santa Barbara, le necessità sono tante. I problemi sono tanti e tangibili anche da noi, magari con minore risonanza rispetto ai luoghi in cui si muore di fame, ma esiste anche qui il problema della povertà, della disoccupazione diffusa, delle marginalità sociali, in un parola, di ciò di cui un’esistenza ha bisogno. Esiste poi la fame che va oltre la pura materialità, e che si traduce in sete di serenità e di amore. Ma la fame più preoccupante che è dato cogliere nel nostro contesto, è l’indifferenza verso Dio. La solitudine esiste anche qui, nella vita di chi vede i suoi giorni susseguirsi nella monotona quotidianità di un modesto centro della Sardegna, nel vuoto delle giornate di molti giovani che non possiedono un luogo d’incontro e di svago. Ma questo vuoto bisogna riempirlo, e molti scelgono non il Dio rivelato da Gesù, ma ben altro lontano da Lui. Naturalmente, in questa comunità, non c’è solo questo. Esiste la volontà di molti di fare meglio, di donarsi in una dimensione di autentica carità cristiana e la volontà di migliorare il contesto in cui si vive. Noi siamo qui stasera, davanti a lei e insieme a lei, a testimoniare di questa fede, di questa volontà. Siamo qui, anche per esprimere il nostro ringraziamento a lei e soprattutto a Dio, per la sua presenza tra di noi, ma soprattutto per ascoltarla e perché visitando le molteplici espressioni di fede che gravitano in questa parrocchia possa consigliarci, eventualmente raddrizzare qualche sentiero, rinfrancare chi vacilla, concedere un sorriso a chi è nella tristezza, perché tutti noi, e insieme a lei, possiamo essere ancor di più testimoni autentici di quell’Amore che non conosce confini. La comunità di Santa Barbara la saluta e la ringrazia.
Fabrizio Tola
Nuova esperienza formativa per i cresimandi
L’intento principale dell’uscita dei ragazzi del catechismo a Fonni era finalizzato ad un approfondimento dei temi della fede per una maggiore formazione spirituale, arricchita dall’esperienza di visitare un convento, luogo di silenzio e di preghiera. Domenica 25 gennaio è partito il quinto corso, mentre domenica 1 febbraio il sesto, formato dai cresimandi. L’esperienza è stata fortemente determinante anche dal punto di vista culturale e sociale attraverso la quale i ragazzi hanno conosciuto luoghi e ambienti lontani e diversi, sperimentato nuovi modi di stare bene insieme migliorando le relazioni di gruppo e di socializzazione. Durante il viaggio l’entusiasmo e la gioia trasparivano dai volti dei ragazzi. In prima linea era don Stefano che ha predisposto programma e itinerario, coadiuvato dalla coordinatrice Rosaria Salis e dagli animatori - catechisti. In un periodo in cui ogni giorno era contrassegnato da vento, pioggia e basse temperature, il tempo è stato invece favorevole: cielo limpido e azzurro, un sole alto, luminoso e caldo e, grande meraviglia per tutti al suo apparire, alla fine del percorso di andata, una bianca e alta coltre di neve che ricopriva tutte le montagne di Fonni, quasi fino al paese! Inutile descrivere l’entusiasmo, il divertimento dei ragazzi subito “tuffatisi” a giocare, slittare e rotolare sulla soffice neve per più di due ore! Dopo, arrivati al convento, don Stefano ha celebrato l’Eucaristia nell’antica chiesa dei Santi Martiri dove i ragazzi sono stati quasi tutti attenti e partecipi. La mattinata si è conclusa con il pranzo al sacco nella sala loro riservata dai frati cappuccini. Di pomeriggio si sono svolti, per altre due ore, i lavori di gruppo con il materiale predisposto in tre aule del convento. Infine dopo una breve passeggiata per Fonni il gruppo si è rimesso in viaggio verso Villacidro, con tanta gioia nel cuore, in un clima di giochi e di festa. E’ stata davvero una bella esperienza che i ragazzi desiderano ripetere!
D. M.
Parrocchia S. Barbara villacidro
DOMENICA 22 MARZO 2009:
Ore 7,30 – 9,30 – 11,00®SS. Messe
Ore 12,00®Esposizione Solenne del Santissimo e Adorazione personale o comunitaria
LUNEDI’ 23 MARZO 2009:
Ore 7,30 – 10,00®SS. Messe
Ore 10,30®Esposizione solenne del Santissimo e Adorazione personale o comunitaria
MARTEDI’ 24 MARZO 2009:
Ore 7,30 – 10,00®SS. Messe
Ore 10,30®Esposizione solenne del Santissimo e Adorazione personale o comunitaria
Si raccomanda ai gruppi ecclesiali, alle associazioni e ai fedeli tutti di assicurare una presenza costante davanti al Santissimo.
I sacerdoti saranno a disposizione per le confessioni
Tirare la cinghia, fenomeno in crescita
Francesco, Anna, Chiara e Luca (i nomi sono immaginari), ovvero papà, mamma, sorellina e fratellino. Lui è finito in cassa integrazione con 750 euro al mese. Lei, che svolgeva lavori saltuari (e precari), ora non lavora più. Nel 2001, quando tutto girava per il verso giusto, si erano comprati la casa. Il mutuo, - che si estinguerà fra 12 anni, - è di 600 euro al mese. Poi c’è l’asilo nido per Luca, la scuola per Chiara e le bollette (acqua, luce, gas, nettezza urbana) e poi … si deve pur mangiare. Una famiglia giovane che potrebbe essere di Villacidro, come di un qualsiasi altro comune o regione d’Italia (e non solo!). Una famiglia tra le tantissime che la crisi di questi mesi ha umiliato e messo in ginocchio. Finora sono riusciti ad aggiustarsi attingendo ai risparmi che, mese dopo mese, avevano messo da parte negli anni precedenti. Ora quel conto si è prosciugato ed ora vanno avanti con l’aiuto di amici (anch’essi, però, a rischio “risucchio”). Intanto, la minaccia neppure tanto remota di dovere perdere perfino la casa si fa, per un numero crescente di famiglie, peso angosciante che si aggiunge a quelli legati alla sopravvivenza quotidiana. E le prospettive, chi è in gradi di fornirle? I politici, i sindacati, le imprese? Famiglie normali finite nel baratro senza loro colpa. Persone responsabili e serie, che nella vita non si sono mai tirate indietro, all’improvviso si trovano in ginocchio, senza sapere cosa fare per tirare avanti e garantire un minimo di dignità ai figli prima ancor che a se stessi. Secondo l’ultimo rapporto curato da Caritas italiana e Fondazione Zancan, in Italia oggi vive in povertà il 13% della popolazione. L’Istat, da parte sua, ha stimato che le famiglie con un reddito di 500-600 euro al mese sono 2 milioni e 653 mila. A queste vanno aggiunti i “nuovi poveri”, quelli cioè che, a motivo della crisi in atto, sono costretti a percepire un salario ridotto e quindi a non potere più fronteggiare gli impegni finanziari precedentemente contratti. Di fronte a questi bisogni, chi non comprende che occorre intervenire tempestivamente per restituire fiducia e speranza a chi è stato travolto dalla crisi senza alcuna sua responsabilità? Lo ha fatto il Governo con misure che però appaiono insufficienti. Da parte sua la Conferenza italiana dei vescovi ha istituito un fondo nazionale un fondo di solidarietà (che arriva dove può), mentre sono in atto altre iniziative da parte di molte caritas diocesane. Anche le comunità ecclesiali del nostro territorio si stanno confrontando per vedere se riescono a concretizzare una qualche proposta di aiuto che diventi segno di attenzione solidale i problemi della gente in sofferenza. Tale realtà, però, dovrebbe insegnare a tutti il valore di uno stile di vita più sobrio e responsabile e meno dipendente dai beni materiali. La frenata dell’economia potrebbe perciò diventare occasione preziosa per ripensare al proprio modo di rapportarsi al consumismo esasperato che per tanti e per anni è diventato modello unico di riferimento del proprio modo di vivere.
Don Giovannino
Concorso per solisti ed ensemble
La Banda Musicale S. Cecilia di Villacidro bandisce il 3° Concorso Internazionale per Solisti ed Ensemble di Fiati S. A. B. A. (sonus de acqua, de bentu de s’anima) “Premio Villacidro”. L’iniziativa si svolgerà a Villacidro nei giorni 30 aprile (pomeriggio) e 1 maggio (tutto il giorno) 2009. mentre nei giorni 2 e 3 maggio si svolgeranno due seminari per clarinetto e sax. Le iscrizioni scadono il 18 aprile 2009. L’iniziativa è biennale in quanto si alterna con il Concorso Internazionale di percussioni. Il Concorso è aperto a tutti i musicisti, non professionisti, di strumenti a fiato ed etnici della Sardegna, di tutte le nazionalità, che operano nelle Bande, nei Gruppi liberi, che frequentano Corsi delle Bande e di Strumenti Etnici, Conservatori, Scuole Civiche, Scuole Statali e non ad indirizzo musicale. La giuria è internazionale ed composta da esperti nei diversi settori. Il concorso prevede 4 sezioni. La 1^ Junior riservata ai musicisti fino al 14° anno di età, la 2^ a tutti i musicisti compresi coloro che frequentano il 4° anno di conservatorio o non abbiano sostenuto l’esame di compimento, la 3^ ai diplomandi e diplomati, la 4^ ai musicisti di strumenti etnici della Sardegna. Il concorso ha un monte premi del valore 5000 euro. È previsto il trofeo “Premio Villacidro” per il concorrente che avrà superato i 90/100. Nella sezione Junior è stata introdotta un importante novità con l’istituzione del premio “Emanuela Carta”, che andrà al piccolo musicista che avrà raggiunto i 90/100. Con questa iniziativa l’Associazione vuole ricordare la piccola flautista della Banda scomparsa improvvisamente nel luglio 2008. Una bambina di nove anni che oltre frequentare la Scuola di Musica faceva parte già dell’organico della Banda degli allievi “PrimArmonia” che ha lasciato un grande ricordo per l’impegno, la disponibilità e la serenità. Il premio è stato istituito in accordo con i genitori e per attestare ancora la sua presenza in mezzo a noi.Le informazioni ed il bando si possono reperire presso i seguenti indirizzi:
http://www.bandasceciliavillacidro.org/concorsofiati/
www.mondobande.it/
www.bandamusicale.it/
Per informazioni: Banda Musicale S. Cecilia - Via Parrocchia, 202 - 09039 Villacidro
IL CENTRO STUDI SEA COMPIE DIECI ANNI
Il 15 dicembre 1998, un gruppo di giovani (e meno giovani) cattolici, provenienti in gran parte dalla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Cagliari, costituì un’associazione denominata “Centro Studi sulla Sardegna e sui rapporti storici, culturali, sociali ed economici con l’Europa e l’America Latina”, in breve denominabile CS SEA onlus, ma meglio conosciuta come Centro Studi SEA. Nel 1999 l’associazione iniziò la propria attività di ricerca scientifica di particolare interesse sociale svolta direttamente o in compartecipazione con fondazioni, università, enti di ricerca ed altre associazioni. Infatti, la sua attività precipua è la ricerca scientifica, condotta di propria iniziativa e/o commissionata da enti pubblici o privati, nel campo delle scienze sociali ed umanistiche, in particolare nello studio della storia, della società e della cultura, riguardante la Sardegna, e/o i suoi rapporti con l’Europa e l’America Latina. Dal 1999 ad oggi il Centro Studi SEA ha condotto numerose ricerche in Sardegna, in altre regioni d’Italia, soprattutto in Piemonte e nel Lazio, e all’estero, in particolare in Gran Bretagna, Belgio, Francia, Spagna, Polonia, Estonia, Argentina e Uruguay. Sono stati condotti, tra gli altri, studi sull’industria mineraria, sull’emigrazione sarda in America Latina, sulle organizzazioni sindacali, sui martiri sardi delle stragi nazifasciste, sui flussi migratori della provincia del Medio Campidano, sulle visite pastorali e sulla figura di mons. Giuseppe Maria Pilo, vescovo della diocesi di Ales e Terralba. Ha organizzato, inoltre, diversi convegni storici, tra i quali si ricordano quello del 2002 sull’ebraismo e i rapporti con le culture del Mediterraneo e quello del 2006 sull’emigrazione delle popolazioni insulari del Mediterraneo in Argentina, entrambi tenutisi nell’auditorium Santa Barbara di Villacidro. Ha prodotto circa una ventina di pubblicazioni scientifiche, tutte in volume, realizzando oltre 180 saggi. Nel 2002, su iniziativa di don Giovannino Pinna, il Centro Studi SEA è diventato editore, inaugurando una collana scientifica intitolata “Ammentu” e diretta dallo stesso Pinna, con il libro L’azione riformatrice di un vescovo del Settecento. Inediti di Mons. Giuseppe Maria Pilo. Allo stato attuale, si contano 7 titoli della collana “Ammentu” di cui uno in corso di stampa, 7 titoli fuori collana e 1 titolo per la collana “Studi latinoamericani”. Altri lavori sono stati pubblicati con le seguenti case editrici: Giuntina (Firenze), Meta (Roma) e AM&D (Cagliari). Nel corso del 2009, si prevede di pubblicare altri lavori di ricerca: gli atti del convegno storico internazionale sull’emigrazione delle popolazioni insulari del Mediterraneo e il terzo volume, Il Novecento, dell’opera Storia dell’industria mineraria nel Guspinese Villacidrese tra il XVIII e il XX secolo. Per celebrare il decimo anniversario è prevista invece la pubblicazione di una rassegna bibliografica dei lavori prodotti dal Centro Studi SEA tra il 1999 e il 2009.
Il direttivo del Centro Studi SEA
La Via Crucis
La Quaresima è caratterizzata, oltreché da alcune particolarità liturgiche, anche da pii esercizi e manifestazioni della pietà popolare dove i fedeli contemplano la Passione e la Morte del Signore e il dolore della Madre, anticipando così temi propri del Sacro Triduo Pasquale. Non di rado nel passato in queste pratiche si è eccessivamente accentuata l’umanità del Cristo e la sua sofferenza; giustamente la Chiesa invita i credenti a cogliere l’essenziale riferimento della Croce all’evento della Risurrezione: la Croce e il sepolcro vuoto, la Morte e la Risurrezione di Cristo sono inscindibili nella narrazione evangelica e nel disegno salvifico di Dio. Ha osservato qualcuno che “il Venerdì Santo dura meno di ventiquattro ore, la Domenica di Pasqua l’eternità”. Nella fede cristiana la Croce è espressione del trionfo sul potere delle tenebre. Non a caso l’evangelista Giovanni definisce gli eventi del Calvario come “ora della gloria”. Tra tutti i pii esercizi con i quali i fedeli venerano la Passione del Signore la Via Crucis è senz’altro il più diffuso e amato. Attestazione di questo legame sono le innumerevoli Via Crucis erette nelle chiese, nei santuari, nei chiostri e anche all’aperto, in campagna o lungo la salita di una collina. L’origine di questa pratica è molto antica e ancora oggi abbastanza dibattuta dagli storici, molto probabilmente risale ai primi tempi della Chiesa di Gerusalemme quando i cristiani si recavano nei luoghi dove il Signore aveva trascorso gli ultimi momenti della sua vita terrena, era stato arrestato, processato e condannato a morte. Una bellissima e antichissima testimonianza ci è offerta dal diario del viaggio della pellegrina Eteria (IV sec. d.C.). La Via Crucis così come la conosciamo noi risale al Medioevo, al tempo dei grandi pellegrinaggi in Terra Santa e delle Crociate, infatti per compierla bisognava recarsi materialmente a Gerusalemme. Dal momento che un tale pellegrinaggio era impossibile per molti, la rappresentazione delle stazioni nelle chiese rappresentò un modo di portare idealmente a Gerusalemme ciascun credente. Questa pratica popolare venne diffusa dai pellegrini di ritorno dalla Terrasanta e principalmente dai Minori Francescani che, dal 1342, avevano la custodia dei Luoghi Santi di Palestina. San Bernardo di Chiaravalle (+ 1153), san Francesco d'Assisi (+ 1226) e san Bonaventura da Bagnoregio (+ 1274) prepararono il terreno su cui sorgerà il pio esercizio. La Via Crucis, nella sua forma attuale, con le stesse quattordici stazioni disposte nello stesso ordine, è attestata in Spagna nella prima metà del secolo XVП, soprattutto in ambienti francescani. Dalla penisola iberica essa passò prima in Sardegna, allora sotto il dominio della corona spagnola, e poi in Italia. Qui incontrò un convinto ed efficace propagatore in San Leonardo da Porto Maurizio (+ 1751), frate minore, instancabile missionario; egli eresse personalmente oltre 572 Via Crucis, delle quali è rimasta famosa quella eretta nel Colosseo, su richiesta di Benedetto XIV, il 27 dicembre 1750, a ricordo di quell'Anno Santo. Inizialmente la Via Crucis venne istituita esclusivamente nelle chiese dei Minori Osservanti e Riformati. Successivamente Clemente XII estese, nel 1731, la facoltà di istituirla anche nelle altre chiese mantenendo però il privilegio della sua istituzione al solo ordine francescano. Al fine di limitare la diffusione incontrollata di questa pratica devozionale, Benedetto XIV stabilì, nel 1741, che non vi potesse essere più di una Via Crucis per parrocchia. Lo svolgimento della Via Crucis passò ben presto dall’interno delle chiese alle strade, particolarmente per le missioni popolari e la Settimana Santa, assumendo la caratteristica forma processionale. Durante l’Anno Santo del 1975, per la prima volta dopo secoli, venne proposto uno schema alternativo alle stazioni tradizionali: la Via Crucis biblica dove si privilegiavano gli episodi riportati nel Vangelo rispetto a quelli assenti e tramandati solo dalla tradizione ( le tre cadute, l’incontro con Maria e con la Veronica). Nella nostra parrocchia, allo stato attuale delle ricerche, la processione della Via Crucis nella mattina del Venerdì Santo è attestata per la prima volta nel manoscritto Modu de resai su Rosariu de sa Virgini SSma de is setti doloris, manuale di preghiere della Confraternita delle Anime datato 1817, dove sono riportate le Litanie sulla Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, che si han da dire in fine della Processione mattutinale del Venerdì Santo, aggiunte però il 25 marzo 1842.
Giovanni Deidda
QUINTA PARTE
La Visita pastorale di Mons. Sanna (1521-1554) (continua)
Dal diario della visita pastorale emergono, come abbiamo già accennato, i nomi dei villaggi e delle rispettive chiese parrocchiali visitati. Nel caso del villaggio di Mogoro, viene visitata, oltre alla chiesa parrocchiale di Sant’Antioco, anche quella suffraganea di San Bernardino. Sono indicati, inoltre, i nomi dei curati delle parrocchie oggetto della visita, gli obrieri (tranne che per la chiesa di San Bernardino in Mogoro e la chiesa parrocchiale di San Lorenzo in Serru), i testimoni (con la esclusione delle ville di Mogoro, Pabillonis e San Gavino). Le chiese erano tutte dotate di altare maggiore, di un secondo altare (tranne la chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista in Pabillonis) mentre solo la metà delle chiese possedeva un terzo altare (San Lussorio ad Arbus, Santa Barbara a Gonnosfanadiga; San Michele a Gonnostramatza, San Nicola a Guspini, Sant’Antioco a Mogoro, Santa Maria a Sardara). Tutte le chiese parrocchiali erano provviste di tovaglie e corporali di vari tessuti, dall’indaco, alla seta, alla tela e al cotone, nonché di croci, in legno, in ferro, in ottone e in argento dorato. Nove chiese possedevano candelabri in legno e/o in ferro (ne erano privi la chiesa di Sant’Anastasia di Bonorzuli, San Bernardino di Mogoro e Santa Chiara di San Gavino), mentre otto chiese erano dotate di ceri (con la esclusione delle chiese di San Lussorio ad Arbus, Sant’Antioco a Mogoro, San Giovanni Battista a Pabillonis e Santa Maria a Sardara). Tutte le chiese erano in possesso di armadio o cassa per custodire l’eucarestia, con la sola esclusione della chiesa di Sant’Antioco a Mogoro e della chiesa di San Lorenzo a Serru. Solo tre lampade per l’eucarestia, a Mogoro (San Bernardino), a San Gavino e a Sardara e due lanterne a Sardara. Pochissime le ampolle, di stagno, di terracotta e d’argento, in possesso delle chiese di Arbus, Bonorzuli, Gonnostramatza, Mogoro (chiesa di San Bernardino), Pabillonis, San Gavino, Sardara. Presenti calici con patene, tutti d’argento, in ogni chiesa, tranne che in quella di Sant’Antioco a Mogoro. Nelle chiese di Bonorzuli, Gonnostramatza, Guspini, Mogoro (chiesa di San Bernardino), Pabillonis, San Gavino e Sardara si conservavano custodie (pissidi) in argento, mentre nelle sole chiese di Gonnosfanadiga e San Gavino erano presenti dei reliquiari in avorio. La chiesa di Santa Maria in Sardara era la sola a custodire due teche da viatico, di cui una in legno e l’altra d’avorio. Possedevano vasi per gli oli, in argento o stagno, quasi tutte le parrocchie con l’esclusione delle chiese di Guspini, Mogoro (Sant’Antioco), Pabillonis, San Gavino e Serru. In tutte le chiese visitate era stata riscontrata la presenza di paliotti. In ogni tempio, inoltre, con la sola eccezione della chiesa di San Lorenzo in Serru, c’erano dei retabli. Si registrò, poi, la presenza di una statua della Vergine Maria nella chiesa di Santa Maria a Sardara, un’immagine di San Giovanni e un drappo dipinto a Pabillonis, un’immagine di Nostra Signora vestita con una gonna rossa e il Bambino in braccio nella chiesa di San Bernardino a Mogoro, un’immagine di Nostra Signora e una di Santa Severa a Gonnosfanadiga. In tutte le chiese, tranne che in quella di Sant’Antioco a Mogoro, c’era il fonte battesimale, mentre i secchielli per l’acqua benedetta erano stati registrati solo ad Arbus (con aspersorio), Bonorzuli (con aspersorio), Guspini, Mogoro (chiesa di San Bernardino), Pabillonis (con aspersorio), e Serzela. I templi erano forniti di campane e/o campanelle interne e di campane esterne (queste ultime non erano presenti negli edifici sacri di San Gavino e Sardara). Tra gli altri arredi sacri, si segnalano alcuni vassoi in terracotta nella chiesa di Santa Barbara a Gonnosfanadiga, un bacile di rame per l’offertorio e due di legno a Gonnostramtza, un bacile di rame per l’offertorio a Guspini, un bacile di legno nella chiesa di San Bernardino a Mogoro, un bacile di legno e uno di rame, più una pedana di legno a Serzela, un leggio con tovaglietta a San Gavino, una portantina di legno nella chiesa di Santa Maria a Sardara. Un incensiere di rame a Bonorzuli, Gonnostramatza, Mogoro (chiesa di San Bernardino), Serru e Serzela, un incensiere d’argento a San Gavino e Sardara, uno di ottone ad Arbus, uno di ferro e rame a Gonnosfanadiga, uno a Guspini, senza indicazione del materiale, più una navicella. Una immagine di pace in legno a Pabillonis e Sardara, una immagine della pietà nelle chiese di Bonorzuli e Guspini, un’immagine di pace vecchia ad Arbus e un’altra a Gonnosfanadiga. Per quanto concerne i libri possiamo fare una distinzione fra i messali e i libri dei battesimi. I primi erano presenti in tutte le chiese, con la sola esclusione di Sant’Antioco a Mogoro. Nello specifico, dalla visita pastorale, venne registrata la seguente situazione: un messale con la coperta argentata ad Arbus, Gonnosfanadiga e Serru; un messale di pergamena e uno piccolo con coperta argentata a Bonorzuli; due messali con la coperta argentata e uno vecchio di pergamena a Gonnostramatza; un messale piccolo per dire messa a Guspini; tre messali con la coperta argentata a Mogoro (chiesa di San Bernardino); un messale con la coperta argentata e le assi coperte con drappo rosso a Pabillonis; un messale a stampa e uno manoscritto a San Gavino; un messale a stampa e uno di pergamena a Sardara; un messale con coperta argentata e uno vecchio di pergamena a Serzela.
In cinque delle undici parrocchie visitate erano presenti i libri dei battesimi. Uno di pergamena si conservava nella chiesa di Anastasia a Bonorzuli e nel tempio di San Michele a Gonnostramatza. Un libro antico, sempre di pergamena, era custodito, invece, nella chiesa di San Nicola a Guspini. Uno era posseduto anche nella chiesa di San Bernardino a Mogoro e a Santa Chiara a San Gavino. È molto probabile che i libri dei battesimi fossero compilati, afferma Francesco Tuveri - «a seguito delle disposizioni delle costituzioni sinodali logudoresi del 1420 che, anticipando di oltre un secolo i dettami del Concilio di Trento, ne imponevano la compilazione».
Manuela Garau
CARNEVALE delle BANDE 2009
Nonostante il maltempo e la pioggia consigliasse il rinvio, gli organizzatori non si sono dati per vinti. E’ stata trovata una soluzione all’ultimo momento, grazie alla collaborazione dell’amministrazione comunale e della Scuola media. I partecipanti sono stati dirottati nella palestra di via Stazione, dove i circa 800 figuranti hanno dato vita ad una serata improvvisata, intensa e piacevole. Si è registrata la defezione di due gruppi provenienti dal centro e nord Sardegna, causa neve ed influenza. La musica delle bande ed il canto dei cori ha invogliato il pubblico a dar vita a balli e girotondi che hanno coinvolto grandi e piccini. Dodici Bande musicali, 6 complessi corali hanno coinvolto il pubblico e i gruppi delle scuole, degli Asili nido, i gruppi liberi, tra i quali quelli di “Volo Alto”, con un costume coloratissimo e molta animazione. Alla fine della serata sono state distribuiti i fritti, le targhe e premiati i gruppi che hanno partecipata al 2° concorso “Sa Mellus Cumpangia”. Alle bande, ai cori, ai gruppi, si aggiungono i numerosissimi gruppi degli Asili Nido “Bimbolandia” 150 componenti, “Pimpa” 250 componenti, tra bambini, genitori e nonni, Scuole Elementari di via Cavour 4^ A e C, 40, Oratorio Madonna del Rosario 30. Presenti alle premiazioni il vice sindaco e assessore alla cultura del Comune di Villacidro e l’assessore alla cultura del Medio Campidano. La rinuncia forzata alla sfilata nelle strade del paese, ha privato i pubblico dello spettacolo, ma la manifestazione ha registrato lo stesso un grande successo. Gli organizzatori sono soddisfatti per la riuscita di una manifestazione che il maltempo aveva votato al fallimento e soprattutto per il grande apporto dei volontari: Compagnia Barracellare, Circolo dei Carabinieri “Frau”, Auser, AVSAV ambulanza, Moto Club, Operai del Comune, Vigili Urbani, Stazione dei carabinieri, della Pro loco, dei genitori dei bandisti e degli allievi e di tanti soci e amici della Banda, che operano a Villacidro. “Ci dispiace – dicono gli organizzatori – di aver privato il paese dello spettacolo nelle strade – ma forse abbiamo trovato anche un altro modo per arricchire le prossime edizioni. In ogni caso non è mancato il divertimento e grandi e piccini si sono uniti in una grande festa di colori e musica dal vivo naturalmente. La formula scelta nove anni fa, niente cari e amplificazioni è validissimo e dimostra che la gente può esprimersi e divertirsi con ciò che possiede e sa dare.” “Il prossimo anno si celebra il decennale – hanno continuato – e abbiamo in mente un grande progetto perché questo carnevale unico nel suo genere in Italia abbia la rilevanza che merita”.
Concetta Vacca
L’ANGOLO DELL’ANZIANO
Si fa un gran parlare di TERZA ETA’, della vita che si prolunga nel tempo grazie al migliorato sistema di vita, al progresso della scienza medica, alla nostra approfondita consapevolezza di ciò che è bene e di ciò che può nuocere alla nostra salute e quindi da evitare per mantenerci in una condizione sanitaria eccellente. Le statistiche dicono che l’Italia è il più vecchio dei paesi europei, gli italiani sopra i 65 anni sono più di 12 milioni mentre il 10% di essi è più che ottantenne. Il fratello di chi scrive toccherà tra poco gli 84 anni, sostiene di non essere vecchio ma “antico”, resta da stabilire la differenza tra vecchio e antico… Un’amica e concittadina, orgogliosa dei suoi 99 anni e ammirevole per la sua vivace memoria storica continua la sua vita di sempre, di recente ha rinnovato la sua patente! Continua a fare le sue commissioni nonché assiste un familiare anziano quanto lei. Ma è opportuno considerare che in genere la donna ha una mente più longeva grazie alle molte incombenze quotidiane in cui si impegna da sempre. Uno dei segreti per un’attiva vecchiaia è mantenere un buon rapporto collaborativo con la famiglia e nipoti compresi, ai quali si trasmette il proprio vissuto, “storia” che sicuramente è, con i suoi valori, la cosa più preziosa che possiamo offrire loro. Un altro segreto di buona vecchiaia è quello di tenere allenata la mente, non perdersi in ripensamenti o rimpianti per ciò che è stato o per ciò che non si è realizzato dei nostri progetti sia per la nostra indeterminazione o per gli ostacoli incontrati nel nostro cammino. Un altro valore importante è quello della disponibilità alla collaborazione in famiglia e nella propria comunità. Tenere vivace la mente coltivando gli interessi che più ci sono congeniali o cercandone di nuovi. E’ bello vedere come si riempie l’auditorium parrocchiale di persone anziane spinte da desiderio di stare con gli altri ma anche di conoscenza e sapere. Poi aggiungiamo buone passeggiate e buone letture, giochi enigmistici o quanti altri passatempi vogliamo, manterremo la mente agile e creativa. Buona cosa sarebbe scrivere il proprio vissuto, non per vederlo pubblicato, ma come esercizio mentale. A questo proposito c’è una cosa che dobbiamo accettare: la diminuita capacità a ricordare, “la memoria a breve termine” che ci fa arrabbiare quando si cerca invano qualcosa. Se mi capita di lamentarmi di questi vuoti che mi inquietano sento altrettante storie di persone molto più giovani e, mal comune mezzo gaudio, che hanno le loro buone “distrazioni”. Ne capitano di tutti i colori come cercare il portafoglio finito in frigorifero o un documento tra le pieghe di una tovaglia, un compleanno o un anniversario dimenticato e peggio un pagamento lasciato scadere…questo e altro come la bistecca finito nell’armadio con la borsetta. Si potrebbe fare un elenco molto divertente per sdrammatizzare le nostre divagazioni ed è giusto e sacrosanto imparare a riderne perché queste realtà sono frutto della nostra anzianità. Affidiamo alla protezione degli Angeli Custodi perché il nostro divagare non ci faccia combinare grossi guai. L’esperienza dovrebbe arricchire la saggezza ossia la virtù degli anziani nonché un tesoro per chi ne sa tenere conto. E’ altrettanto auspicabile farsi consigliare dal nostro medico, meglio ancora se geriatra, esperto nelle problematiche degli anziani, non chiuderci nella solitudine, nel buio delle nostre paure che possono diventare ossessive e tenerci lontano dal prossimo. Conoscere i problemi di chi incontriamo non significa ingerenza ma condivisione, confronto e aiuto reciproco. Penso, con dolore, all’impotenza di non poter aiutare chi si è chiuso nella solitudine che ha eretto come difesa alla sofferenza che può provenirgli dal contatto relazionale. Ci sono associazioni che hanno come regola il mutuo soccorso e nei loro incontri sviluppano i valori della condivisione e del sostegno per imparare a sorridere anche nelle situazioni avverse. Conto le delusione, il dolore , la fatica del quotidiano il dialogo e l’amicizia sono una contropartita all’infelicità e alla solitudine.
Mariolina Lussu
Giuseppe Dessì : Celebrazioni del Centenario (1909 – 2009)
Avranno importanza internazionale le Celebrazioni del Centenario della nascita di Giuseppe Dessì, che nacque a Cagliari da famiglia villacidrese e trascorse la sua infanzia a Villacidro, dove poi tornò più volte. Villacidro, con i suoi paesaggi, ambienti, personaggi fu sempre motivo e oggetto delle sue creazioni artistiche. Il luogo dell’infanzia, come per tutti gli scrittori del Novecento, fu per il Dessì il luogo ideale della mente e del cuore, dove nascevano i sentimenti, come l’amore ma anche l’odio per la propria terra, con la quale lo scrittore ebbe un legame strettissimo nonostante le vaste esperienze culturali ed europee dei suoi viaggi, dei suoi studi, dei suoi contatti con altri scrittori e pensatori. Le celebrazioni hanno avuto inizio nella casa Dessì, sabato 21 febbraio, alla presenza di un numeroso pubblico tra cui rappresentanti importanti del mondo della cultura e della politica, vi erano anche le sorelle Crespellani, amiche dello scrittore che abitavano a Villacidro a fianco della casa Dessì. Il vasto programma triennale dei festeggiamenti è stato presentato dal Presidente della Fondazione G. Dessì, Massimo Murgia, mentre Anna Dolfi ha presentato lo scrittore in tutti i suoi aspetti, le sue origini, i suoi studi, gli incontri che segnarono la sua vita e la sua formazione culturale e filosofica. Anna Dolfi è attualmente la massima conoscitrice e curatrice dell’opera dessiana. La relatrice, rivolgendosi soprattutto ai numerosi giovani liceali presenti, con un linguaggio semplice ma preciso, ha fatto un quadro della cultura nella quale lo scrittore è maturato, ha descritto la ricchezza delle pagine dessiana, lo stile e il ritmo della sua narrativa. Ogni sua opera, - ha precisato, - ha segnato una tappa importante del suo percorso artistico e dei suoi contatti con la cultura del Novecento, italiano ed europeo. Come docente universitaria è riuscita a trovare, per le Celebrazioni, collaborazioni universitarie con la “Sorbonne Nouvelle” di Parigi, con Barcellona, Oxford, l’Università del Belgio e della Svezia dove saranno tradotte e divulgate le opere del Dessì. All’incontro era presente il figlio dello scrittore Francesco Fulgheri Dessì, il quale ha raccontato episodi e fatti legati ai suoi ricordi d’infanzia che hanno dato del Dessì un’immagine inedita, di un padre forse un po’ autoritario, con qualche contraddizione agli occhi del figlio, ma più autentica e umana per gli uditori. Il Sindaco Ignazio Fanni, ha salutato l’assemblea ricordando i giochi da bambino nella casa Dessì quando era abitata dalla famiglia Zuddas. Sono intervenuti anche l’assessore alla Cultura della Provincia, Rossella Pinna e l’assessore alla Cultura di Villacidro, Giannina Orrù, che ha comunicato i nominativi dei vincitori delle cinque borse di studio intitolate allo scrittore e riservate a giovani studenti universitari distintisi per merito nella scuola superiore di secondo grado. Tale premio è stato consegnato ai cinque studenti dal professor Francesco Dessì. Gli eventi culturali previsti coinvolgeranno, oltre naturalmente alla Fondazione Dessì e al Comune di Villacidro, la Provincia, la Regione e la RAI che, come ha fatto per il reportage “Viaggio in Sardegna”, cercherà di recuperare nei suoi e in altri archivi italiani ed europei tutto il materiale radio – televisivo e cinematografico prodotto dal Dessì per metterlo a disposizione di tutti. Il Comitato Scientifico per le celebrazioni, formato da eminenti docenti di varie università italiane, è stato ufficialmente riconosciuto dal Ministero della Cultura. Un obiettivo da perseguire è ora il completamento della biblioteca dello scrittore, con l’altra metà dei suoi libri non ancora pervenuta per ragioni burocratiche nella sede della Fondazione. Altri obiettivi: la mostra delle opere pittoriche con catalogo; presentazione al pubblico del terzo e quarto volume degli epistolari; letture “non stop” di pagine dessiane nelle città in cui lo scrittore è vissuto (Ferrara, Sassari, Ravenna, Teramo e Grosseto); convegni e seminari; un annullo filatelico; rappresentazione delle sue opere teatrali. “Si pensa, - ha aggiunto il presidente della Fondazione, - ad un ampliamento delle iniziative collaterali al Premio Nazionale, a maggiori contatti con i festival letterari sardi (Gavoi, Marina Cafè Noir e Macomer) e ad una maggiore attenzione alle scuole.” La giornata si è conclusa al Caffè Letterario con il reading –concerto durante il quale l’attore Giacomo Casti accompagnato dalla chitarra di Matteo Sau ha letto la prima parte del famoso romanzo “Il disertore” . La lettura sarà ultimata nei prossimi quattro reading.
Dina Madau